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L'approvazione dello schema della legge Finanziaria ha dato il via anche alla riforma del sistema previdenziale. L'intervento ipotizzato prevede l'innalzamento – a partire dal 2008 - ad almeno 40 anni di contributi per l'accesso alla pensione. Dunque chi pensava di andare in pensione dovrà lavorare cinque anni in più. Restano inalterati, invece, i requisiti della pensione di vecchiaia: 65 anni per gli uomini, 60 per le donne. Ma per capire quali sono le novità che ci attendono, vediamo come funziona attualmente il meccanismo delle pensioni e quali sono le cause della crisi.

Il sistema pensionistico italiano attualmente è impostato sul sistema della previdenza obbligatoria, della previdenza complementare (i fondi pensione), è quello della previdenza integrativa. Secondo le proiezioni della Ragioneria Generale di Stato, l' attuale classe dei quarantenni (lavoratori dipendenti sia privati che pubblici) quando andrà in pensione (anno 2025), percepirà una pensione di poco superiore al 50% dell'ultima retribuzione media. Diventa così sempre essenziale, secondo le ragion di stato dell'attuale Governo, compensare tale riduzione delle prestazioni pubbliche con altri strumenti, quali le forme di previdenza privata. Il compito di traghettare il sistema italiano delle pensioni verso un sistema misto pubblico/privato sembra spettare essenzialmente ai fondi pensione, ai fondi comuni e alle polizze vita.


Il sistema previdenziale pubblico obbligatorio , si è retto sul principio della ripartizione, cioè i lavoratori attivi pagano con i loro contributi la rendita ai pensionati, e attendono che lo stesso processo si attivi quando saranno a riposo. La crisi demografica dei paesi occidentali, ha scompensato l'equilibrio. Il “sorpasso” dei pensionati sugli occupati avverrà nel 2025, per effetto di una crescita delle persone in età superiore ai 65 anni (+17,9%) e della contemporanea riduzione (-23%) dei giovani, comportando così l'immobilità delle forze lavoro occupate, e quindi il “sorpasso” delle uscite per erogazioni previdenziali rispetto all' incremento delle entrate contributive.

 

Il sistema pensionistico complementare indica la funzione di incremento rispetto al sistema previdenziale obbligatorio. La previdenza complementare include i fondi pensione chiusi derivanti da contrattazione collettiva (previsti dal decreto legislativo 21 aprile 1993, n.124). Il fondo pensione deve compensare la minore erogazione della previdenza pubblica, esso è, infatti, una forma di previdenza, normalmente integrativa del sistema pensionistico pubblico. Il principio finanziario su cui si basano i fondi pensione è quello dell' accumulazione (e della distribuzione a beneficiari dei redditi del fondo) anziché quello della ripartizione. In pratica, essi costituiscono dei "centri di raccolta del risparmio" con finalità previdenziali; attraverso l' afflusso costante di contribuzioni da parte del lavoratore e/o del datore di lavoro, si formano delle disponibilità che si incrementano con gestioni orientate verso politiche di investimento a medio e lungo termine. Ciò conferisce ai fondi pensione una duplice natura: previdenziale e finanziaria. Attraverso le riserve che si vengono cumulando essi assolvono l'obbligo di erogare, in seguito a certo periodo contributivo, trattamenti pensionistici ai propri iscritti sotto forma di capitale in unica soluzione o di rendita, e al contempo sono anche strumenti finanziari in quanto, operando con il meccanismo della capitalizzazione, investono le proprie riserve sul mercato mobiliare tramite intermediari esterni. Quando si parla di previdenza complementare ci si riferisce ai fondi pensione chiusi. Sono strumenti che attraverso la leva finanziaria possono svolgere un'importante ruolo previdenziale. Le esperienze in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. In questi paesi le forme pensionistiche integrative decise a livello aziendale prevedono la corresponsione di una pensione, più o meno collegata allo stipendio finale, al lavoratore che abbia raggiunto l'età pensionabile o, in caso di premorienza, agli eredi. Le forme di investimento del fondo sono immobiliari e soprattutto, finanziarie (obbligazioni e azioni). I fondi sono così diventati uno dei principali investitori istituzionali. Un simile meccanismo, poiché non si basa su un patto di solidarietà intergenerazionale, non risente di fattori demografici che alterano il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati. I suoi potenziali fattori di crisi riguardano piuttosto l' andamento negativo dei mercati finanziari, oppure un' evoluzione dei tassi d' interesse non coerente con le strategie d' investimento adottate dai gestori. Caratteristica essenziale di tale tipologia di risparmio è che le prestazioni possono avvenire solo al raggiungimento dell'età pensionabile del regime obbligatorio. Inoltre, l'erogazione della prestazione sotto forma di capitale non può eccedere il 50% dell' importo maturato.

Il sistema pensionistico integrativo , (fondi pensione aperti, le polizze assicurative e i contratti d'assicurazione) sono le forme previdenziali chiamate semplicemente previdenza integrativa. La legge prevede che questi contratti abbiano durata non inferiore a 15 anni. Insieme alla previdenza complementare costituisce il cosiddetto risparmio previdenziale cui rientrano i contributi volontari versati attraverso l'adesione a fondi pensione chiusi o aperti e a polizze previdenziali stipulate con compagnie assicurative. La previdenza integrativa, nota anche col nome di previdenza individuale, è costituita dalle polizze vita e dai piani di accumulo dei fondi comuni, grazie ai quali ciascuno può adattare la copertura pensionistica alle proprie esigenze personali.

 

Le polizze mirano ad assicurare garanzie che il fondo comune non è in grado di dare. Hanno un rendimento minimo garantito, 3%, chiamato tasso tecnico, che diventa un diritto acquisito e l'importo girato è a sua volta fruttifero di interessi per l'anno successivo. Tale tasso per alcune polizze è attualmente sceso al 2%. La restituzione del capitale rivalutato avviene alla fine del programma. I fondi previdenziali sono valorizzati secondo il criterio del costo storico (i titoli in portafoglio sono valutati al prezzo d' acquisto).
Gli elementi da considerare nella scelta di una polizza sono diversi:

•  il rendimento. Questi rendimenti vanno valutati su un arco temporale di medio/lungo periodo, pertanto saranno da privilegiare le compagnie che sono riuscite a garantire i rendimenti alti in più anni;

•  sui premi versati, quanto è investito su 1 €uro. Questi caricamenti possono variare dal 6 al 15%, dipende dalle compagnie e dai prodotti. Le polizze sottoscritte presso gli sportelli bancari presentano caricamenti inferiori (5,7%). Tutti sono soggetti alla tassazione del 2,5% sul premio versato. I premi versati, oltre a non rientrare nell' asse ereditario, sono impignorabili, insequestrabili e esenti da imposte di successione.

 

I fondi sono strumenti previdenziali più flessibili rispetto alle polizze, consentono di sfruttare gli andamenti del mercato e sono anche facilmente liquidabili. Vista la premessa sono preferibili per chi si pone come unico obiettivo il guadagno. A differenza delle polizze seguono un criterio di calcolo chiamato “mark to market” che valorizza giornalmente gli investimenti ai valori di mercato. Il meccanismo permette di esprimere immediatamente i guadagni e le perdite originate dai titoli in portafoglio. Sono sempre liquidabili. I costi sono generalmente inferiori a quelli di una polizza vita. Non c'è un rendimento minimo garantito né la garanzia del capitale. Al riscatto, è retrocesso all'investitore il 100% del rendimento. Il fondo è tassato al 12,5% sul risultato d'anno in anno maturato dalla gestione (anche se non realizzato). I fondi prevedono una commissione annuale di gestione.